Dante a Bologna

Bologna a cavallo fra il XIII e il XIV secolo era città di ampie vedute, profonda attrattiva, vaste dimensioni, sesta nel continente per popolazione: tutto molto più di oggi. E di passaggio, almeno quanto oggi. Praticamente impossibile evitare una sosta, magari di mesi o anni, viaggiando da Firenze verso nord. Ma in oltre 150 anni di accurate ricerche non si è trovata una sola prova schiacciante della permanenza di Dante a Bologna.

Dopo Firenze però, Bologna è la città più citata dal Sommo Poeta in tutta la sua vita e la sua opera, dal primo componimento conosciuto (1287) “No me poriano zamai far emenda…” noto come il sonetto della Garisenda, all’egloga “Velleribus Colchis”, terminata nel settembre 1321 a pochi giorni dalla morte e pervenuta postuma al destinatario, il maestro bolognese Giovanni del Virgilio, per mano di Jacopo Alighieri, il figlio.

Ed è grazie a un notaio bolognese, Enrichetto delle Querce, che conosciamo il sonetto in cui viene citata la Garisenda e “la maggior de la qual si favelli” (ovvero l’Asinelli, non nominata espressamente), poiché fu da lui trascritto nella versione in volgare bolognese per riempire gli spazi bianchi, allo scopo di evitare aggiunte fraudolente, nei testi dei contratti e dei testamenti, come si usava fare allora a Bologna. Narra del sogno di un amore di Dante, probabile studente “fuori sede” a Bologna, primo campus universitario d’Europa.

Tracce della presenza di Dante in città le troviamo riflesse nelle sue opere, che ci riportano vari aspetti della cultura locale e momenti poco edificanti della vita bolognese, così come nelle testimonianze di Giovanni Boccaccio, primo biografo e sostenitore dell’Alighieri nel “Trattatello in laude di Dante”, nonché suo editore.

Benché il padre della lingua italiana dimostri di non apprezzare l’ambiente bolognese, o almeno di rimanerne deluso nel tempo, sicuramente lo stimolante ambiente dello Studium e il contatto con le novità poetiche promosse da Guinizzelli devono averlo arricchito culturalmente e interessato al punto da influenzare tutta la sua opera.

Un possibile secondo viaggio di Dante a Bologna dev’essere avvenuto attorno al 1305, nel tempo dell’esilio, quando il poeta era impegnato nella stesura del Convivio e del De Vulgari Eloquentia, per le cui riflessioni linguistiche ed etico-politiche dovettero essere preziose le discussioni tra maestri e allievi in seno all’Alma Mater felsinea.

Proprio nel trattato latino Dante riconosce l’eccellenza del bolognese rispetto agli altri volgari municipali e ne segnala le varianti tra i diversi borghi all’interno della cinta muraria, esaltando maggiormente la parlata di Strada Maggiore, come rammenta l’epigafe all’interno della porta, rispetto a quella, per esempio, di San Felice.

Meno positivo il bilancio sul posizionamento dei Bolognesi nell’Universo Dantesco: la maggior parte fra quelli conosciuti da Dante, o citati nei suoi scritti, li ritroviamo all’Inferno, e sono soltanto due quelli in Purgatorio: Fabbro Lambertazzi, morto nel 1259, fra gli invidiosi (“Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?” Pg XIV, 100) e Guido Guinizzelli, morto nel 1276 e incontrato dal Nostro fra i lussuriosi della VII cornice (Pg XXVI); quest’ultimo assai stimato come poeta da Dante, non però al punto tale da mandarlo direttamente in Paradiso. L’Alighieri senz’altro non se la sentì di cacciarlo all’Inferno in compagnia di Brunetto Latini e Francesco d’Accursio, come lui attratti dal vizio di “Soddoma e Caorsa”: “In somma sappi che tutti fur cherci / e litterati grandi e di gran fama, / d’un peccato medesmo al mondo lerci.”

Nemmeno un bolognese in Paradiso: forse inizialmente si trattò soltanto di un seme di disprezzo (mai ricambiato), che poi negli anni divenne diffidenza radicata… Ciò che in fondo Dante non riusciva a perdonare ai Bolognesi era di pensarla diversamente da lui. Insomma, “Storia di un amore mai ricambiato” potrebbe essere il titolo di questo articolo.

Ciò che forse più risultò amaro per il nostro poeta fu la constatazione del divario esistente tra la cerchia idealizzata dei rimatori bolognesi del “dolce stil novo” e dei colti giuristi che li accompagnavano da un lato, e la quotidiana, immersiva realtà umana dall’altro.

Così ricorda la targa commemorativa posta sul lato di Palazzo Caprara (la Prefettura) lungo Via Volto Santo: “Qui nel rione di Portanova furono le case di Guido Guinizzelli, il poeta dalle rime d’amore dolci e leggiadre e le scuole di Giovanni del Virgilio, che invitò Dante a cingere l’alloro in Bologna e di Benvenuto Rambaldi da Imola, che lesse per la prima volta pubblicamente la Divina Commedia (…)”

E proprio a Dante, che come Guido Cavalcanti considera Guinizzelli il capofila dello stilnovo (“Al cor gentile rempaira sempre amore”), è da attribuire la definizione di tale movimento poetico di radice bolognese: “padre / mio e de li altri miei miglior che mai / rime d’amore usar dolci leggiadre”.

Anche la teoria dell’Empireo dantesco si ispira a un bolognese, per lo meno d’adozione, il teologo francescano Bartolomeo, che nella seconda metà degli anni Ottanta iniziò la sua attività speculativa intorno alla teologia mariana; e al mondo ispano-arabo-islamico, se è vero che Dante poté consultare, nella biblioteca dello Studium domenicano, un prezioso codice, il “Libro della Scala di Maometto” (Kitab al-Mi’raj), la cui traduzione dall’arabo si stava diffondendo nelle principali città universitarie europee sin dalla fine degli anni Settanta.

A zonzo per la città scopriamo poi altre epigrafi dantesche, come quella che rievoca, presso l’ex convento di San Bernardo in Via degli Arienti, Loderingo e Catalano, morti il primo nel 1285, il secondo nel 1293, e poi partiti per la VI bolgia dell’VIII cerchio, presso gli ipocriti del canto XXIII dell’Inferno: “Qui fu il luogo dei Frati Godenti della Milizia di Santa Maria Gloriosa di cui si cinsero Loderingo degli Andalò e Catalano dei Catalani riformatori del Comune, i quali tentarono d’imporre la pace tra le fazioni incontrando nell’ardua lotta lo scherno del popolo e il grave giudizio di Dante”. La colpa attribuita ai due rettori fu quella d’aver governato in modo subdolo anche la città di Firenze, e d’esser venuti meno al compito di pacificare le fazioni ghibelline e guelfe, bianche e nere. Fraudolenti in quanto mostrarono di comportarsi in modo diverso dalle loro reali intenzioni e come ipocriti puniti “etimologicamente” sotto (ipo-) pesanti mantelli d’oro (-krisos) all’esterno, e di piombo all’interno.

Altro personaggio bolognese preso di mira da Dante fu Venedico Caccianemici, che comprendendo d’esser stato riconosciuto tra i ruffiani del XVIII canto dell’Inferno, cercò invano di nascondersi abbassando il volto: “ch’io dissi: <<O tu che l’occhio a terra gette, / se le fazion che porti non son false, / Venedigo se’ tu Caccianemico. / Ma che ti mena a sì pungenti salse?>>.” Così Dante allude a una “sconcia novella” (senza tracce in fonti d’archivio: forse un pettegolezzo?) cioè ch’egli avesse ceduto la sorella Ghisolabella al marchese di Ferrara, Azzo VIII d’Este, per ottenere in cambio appoggio politico e vantaggio economico. E non è certo l’unico bolognese da quelle parti, ci informa l’Alighieri, confermando la sua idea sull’indole avida di chi abita la terra tra Savena e Reno. Un’invettiva coraggiosa, se pensiamo che Dante, mentre scrive queste parole, si trova già in esilio e rischia di inimicarsi una città che avrebbe potuto accoglierlo volentieri.

Così la tradizione vuole che durante il suo soggiorno bolognese nel 1287 Dante passasse molto tempo a studiare e meditare nel silenzio del chiostro di Santo Stefano, e che le bizzarre figure umane dei capitelli siano state fonte di ispirazione per la pena dei dannati nella IV bolgia dell’VIII cerchio in cui sono puniti gli indovini, che camminano a ritroso con il viso rivoltato all’indietro versando lacrime sulla schiena. Fra loro si trova Michele Scotto, filosofo e alchimista, che nell’autunno del 1220 da Toledo si trasferì a Bologna, dove incontrò il teologo Rolando da Cremona e l’imperatore Federico II; con lui c’è ance il fiorentino Guido Monatti, che nella prima metà del Duecento tenne a Bologna la cattedra di Astronomia-Astrologia, compose il Liber Astronomicus e conobbe Pier delle Vigne, che lo chiamò poi a Palermo presso la corte dell’Imperatore.

Infine, come non ricordare le parole immortalate sul “fosco vermiglio mattone” di carducciana memoria e dantesca ispirazione della Garisenda?

“Qual pare a riguardar la Garisenda / sotto il chinato quando un nuvol vada / sovr’essa sì ch’ella in contrario penda, / tal parve Anteo a me, che stava a bada / di vederlo chinare (…)”

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