Il Museo dell’Inquisizione di Palermo

“Commoventi palinsesti del carcere” così nel 1906 Giuseppe Pitrè definì i disegni e i graffiti che i prigionieri del Santo Uffizio realizzarono per due secoli lungo le pareti del Carcere dell’Inquisizione nel complesso monumentale di Palazzo Chiaramonte a Palermo, vicino Piazza Marina.

L’importante studioso di tradizioni popolari li scoprì per caso all’interno di tre stanze del primo piano durante i lavori di adattamento dell’edificio a sede del Tribunale Penale. Grazie al suo meticoloso e attento lavoro di scrostamento della calce che ricopriva le pareti sono venuti alla luce graffiti e disegni di inestimabile valore per ricostruire la storia dell’Inquisizione in Sicilia, il cui tribunale di fede venne istituito nel 1487. La struttura carceraria fu costruita tra il 1603 e il 1605 dall’ingegnere del Regno Diego Sanchez, quando le Carceri Filippine, presenti all’interno di Palazzo Chiaramonte, non erano più sufficienti per il crescente numero di reclusi.

Benjamín Núñez González, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Qui per due secoli, dal 1601 al 1782, gli inquisitori spagnoli interrogarono e torturarono innocenti in nome di Dio. Primo esempio di edilizia carceraria a Palermo l’edificio, costituito da otto celle al piano terra e sei celle al piano superiore, originariamente era collegato al Palazzo Chiaramonte attraverso una scala in pietra, di cui rimane solo un breve tratto. Ogni cella, profonda 5m e quasi totalmente buia, era preceduta da un piccolo disimpegno con un sistema di doppie porte che garantiva a chi entrava maggiore sicurezza ed era dotata di una latrina per i detenuti con tubazioni in terracotta incassate nello spessore dei muri.

Dal 1782, con l’abolizione dell’Inquisizione, l’edificio divenne sede di Tribunale Penale e subì notevoli modifiche. Dal 2005 iniziarono i lavori di restauro, finanziati dall’Unione Europea, ad opera dell’Università degli Studi di Palermo: giorno dopo giorno, grazie al lavoro di un gruppo di restauratrici, sono tornati alla luce al piano terra dipinti e graffiti nascosti sotto la calce per diversi secoli. Oggi questi disegni costituiscono il prezioso patrimonio del Museo dell’Inquisizione meta di numerosi turisti che giornalmente visitano questo luogo così ricco di suggestione.

Palickap, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Testimonianze uniche al mondo, alcune firmate e datate svelano l’identità dei prigionieri: fattucchiere, maghi, frati, suore, poeti, intellettuali scomodi, ebrei, musulmani. I pigmenti utilizzati per i disegni venivano per lo più ottenuti dalla macinazione di cocci del pavimento, frammenti di carbone e nerofumo di lampada. Tutti i prigionieri coscienti di uscire da quelle stanze solo da morti, erano accomunati da un unico desiderio: lasciare una traccia che sopravvivesse a loro. Lungo le pareti si trovano poesie, disegni, graffiti, sonetti, invocazioni, carichi di sofferenza e di disperazione in siciliano, in italiano, in inglese e in ebraico. Testimonianze uniche al mondo che rivivono grazie a un attento lavoro di restauro dell’Università di Palermo che ne ha consentito la musealizzazione.

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