Albero di Giuseppe Penone

È una carriera che inizia nel lontano 1968, quella di Giuseppe Penone, quando, poco più che ventenne, entra nel gruppo artistico, denominato Arte Povera.

Da quel momento, sarà un susseguirsi di successi, con “personali”, ospitate in prestigiose sedi internazionali, da New York a Dallas, passando, tra l’altro, per Londra, Amsterdam, Parigi e Losanna, fino a Firenze che, già nel 2014, aveva esposto le sue creazioni, nel giardino di Boboli. Adesso, il capoluogo toscano intende omaggiare l’artista piemontese con la mostra “Alberi in versi” che si terrà alla galleria degli Uffizi, dal 1 giugno al 12 settembre, nell’ambito delle celebrazioni dantesche previste per il 2021.

Parte integrante dell’opera è il processo della sua realizzazione, quando la materia, sempre diversa, prende forma, grazie alle azioni “umani”, eseguite dall’autore in un rapporto dialettico con quelle naturali, svelandone aspetti fantastici: questo il concetto alla base della produzione di Penone che, con il suo “Albero del Paradiso”, allestito in Piazza della Signoria, vuole indicare “ lo sviluppo del pensiero che è simile alla spirale di crescita del vegetale”.

L’installazione, alta oltre 22 metri, è la più grande scultura mai ospitata nello spazio pubblico del centro storico di Firenze e costituisce un’anticipazione dell’evento espositivo dedicato a Penone per il quale l’albero rivela, attraverso la sua crescita a cerchi concentrici, una forma essenziale, necessaria alla sua stessa esistenza e alla sua espansione; è saldamente piantato nella terra, ma i rami metallici si protendono verso il cielo, metafora, quindi del Paradiso, del tema dantesco della pianta “ che vive della cima”.

E proprio a questa area di confine tra mondo fisico e concettuale, tra materia e idea, si ispira una serie di disegni, presente nella rassegna incentrata sullo scultore che predilige le conifere, per il loro tronco resistente alle torsioni e i rami a palco dall’andamento regolare; ecco perché la scelta è caduta su un gigantesco abete, le cui componenti sono state realizzate in acciaio inossidabile, avvolte da un reticolo, conferendo un senso ascendente alla struttura. Sono diciotto gli elementi che compongono l’opera, modellati in bronzo con un procedimento di fusione da calchi di bambù.

Secondo l’autore, nello spazio urbano si evolve la continuità tra storia e vita, passato e presente, cultura e natura: proprio quest’ultima, nel suo astratto concetto, simboleggiato dal metallo, si fonde alla concretezza della pavimentazione petrosa della piazza principale di Firenze la quale diventa così luogo perfetto di esibizione di una creazione che ci induce a guardare verso il cielo e le stelle nel desiderio di una rinnovata relazione tra uomo, natura e cultura.

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